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Laminette orfiche

LE LAMINETTE ORFICHE

Del grande movimento religioso che comunemente viene chiamato orfico, non immune da motivi e idee del pitagorismo italiota,possono essere considerate un documento autentico le laminette auree di Petelia e Hipponion da una parte e quelle di Thurii dall’ altra.
Lo Zuntz che ha trattato il testo delle laminette auree della Magna Grecia da un punto di vista non solo dell’ideologia religiosa, ma anche dell’analisi letteraria, dando corpo ai dubbi espressi dal Wilamowitz, ha cercato di confermare che le laminette di Petelia, a cui si è aggiunta nel 1974 la più antica e la più bella di Hipponion, e quelle di Thurii debbano risalire non alla dottrina orfica ma al pitagorismo italiota.
Secondo lo Zuntz, fonte comune alle due serie di laminette è da considerarsi non un poema didattico, un hieròs logos, non un inno come voleva il Dieterich, bensì una pitagorica Missa pro defunctis, un Vademecum, una guida per l’aldilà, una sorta di un egiziano Libro dei morti, risalente allo stesso Pitagora e recitato durante il rito. Pitagora avrebbe posto in versi un racconto popolare sull’itinerario dell’anima nell’aldilà sotto forma di un dialogo tra l’anima e i custodi: all’ ‘essenziale’ nucleo dell’opera di Pitagora si sarebbero aggiunte modifiche, alterazioni e amplificazioni secondo i tempi e i luoghi.

Sia il Burkert sia il Boyancé, ancor prima della scoperta della tomba di Hipponion, avevano allontanato il pensiero pitagorico dalle laminette auree.
In particolare, il Boyancé richiamava la tesi delle origini eleusine dei nostri testi e trasferiva l’influenza pitagorica ai dischi e agli specchi magici. Successivamente il Pugliese Carratelli ha rilevato la difficoltà di ammettere per le lamine di Thurii come fonte una Missa pitagorica: le lamine di Thurii, se non hanno nulla di Orfico, non hanno neppure qualcosa di pitagorico.

Della serie di Petelia e Hipponion il Pugliese Carratelli ha invece mostrato il fondamento religioso orfico con ispirazione pitagorica e ha, nello stesso tempo, posto in evidenza la ‘ispirazione dotta’, il ‘carattere libresco della dottrina’ e il ‘sapore arcaico del testo poetico’.
Anche se non è possibile ricostruire un prototipo omogeneo, si può supporre come fonte un hieròs logos in versi.

Il Burkert, dopo la scoperta della laminetta di Hipponion, ha richiamato, tra l’altro, che il papiro di Derveni, conosciuto finora solo parzialmente, mostra l’esistenza di una poesia teogonico-cosmogonica di Orfeo già nel V secolo e che perciò si può supporre un modello per i testi della Magna Grecia.
Il Burkert ha ragione nell’ammettere una differenza tra un orfismo pitagorico della Magna Grecia e un orfismo ateniese-eleusinio.

Rilevando la componente dionisiaca,iniziatica, nel testo di Hipponion, il Burkert indica nell’ orfismo-pitagorismo delle laminette auree una riforma spirituale del dionisismo. I testi che, come ho accennato, hanno un valore letterario, che qui interessa porre in luce, sono in esametri non privi di irregolarità, ma presentano un linguaggio immaginoso e pregnante.
Già la laminetta di Petelia mostra uno schema compositivo comune: un dialogo tra l’anima e i custodi dell’aldilà per essere ammessi nel nuovo regno insieme agli altri iniziati.

L’analogo testo ipponiese ha immagini ancora più suggestive e obbedisce, a parte le violazioni di ordine metrico, che sarebbe rischioso eliminare, a una tecnica stilistica che lo rende più bello,anche perché più completo, del testo di Petelia. Comune è il fondo dorico della lingua non eccedente né costante.

Il Pugliese Carratelli ha notato la novità introdotta dal redattore di questo testo:
Gea designata come Grave, vale a dire la Terra, il re ctonio invece della regina e, specialmente, i mystai e bacchoi che lasciano pensare a Dioniso. Anche la chiusa per essere indefinita è molto più suggestiva della chiusa della laminetta di Petelia (‘ed allora poi tu insieme con gli altri eroi regnerai’).

Il Burkert ha chiarito che la sacra via è la via che porta alla beatitudine eterna e deve essere interpretata in connessione con i misteri bacchici, ‘che garantiscono la felicità nell’aldilà per un ricordo meta-empirico di una primordiale identità cosmica’. Il Burkert ha anche indicato una corrispondenza con il Libro dei morti egiziano, ma ha anche ricordato che il lago di Mnemosyne appartiene alla tradizione pitagorica.
A me pare che la personalità del poeta di Hipponion sia afferrabile anche sul piano stilistico pur nel tessuto comune agli altri testi. Il poeta di Hipponion, che non rinuncia all’anafora o alla variazione, affida la suggestione dei contenuti
a un ritmo narrativo para tattico più consapevole del poeta di Petelia.
Nel carme ipponiese Mnemosyne concede l’acqua refrigerante della salvezza agli iniziati, ma forse disvela anche qualche segreto della tecnica di cui è madre all’autore: il signum Memoriae dall’anima dell’iniziato si estende all’ arte
del poeta.

La serie di Thurii, costituita da cinque laminette, ritrovate in due tumuli della celebre colonia panellenica, ha un carattere diverso anche se forse non è opportuno stabilire fra le due serie un distacco troppo rigido. Il linguaggio è spesso più oscuro e più misterioso e le stesse divinità non sono facilmente e sicuramente identificabili. L’ipotesi brillante del Burkert che in un tumulo fosse sepolto Lampone, indovino e profeta nell’Atene periclea, l’indovino che partecipò alla fondazione di Thurii, potrebbe bene indicare il legame fra le laminette di Thurii e Atene-Eleusi.

La serie di Thurii, secondo il Pugliese Carratelli, possiede una ‘ispirazione eleusina, se non locrese epizefiria, e in ultima analisi cretese’. Lo studioso, in ogni caso, rileva che in questa serie, a differenza di quella mnemosinia di Petelia/Hipponion, l’anima si presenta alle divinità infere e non ai custodi della fonte; che Persefone, e non Ade, è la divinità più importante; che non ci sono istruzioni per la discesa; che l’iniziato tocca la sfera della divinità.

Il Burkert ha ammesso che la serie thurina debba essere distinta dall’altra e ha cercato di interpretare alcuni particolari della ideologia espressa dai testi nell’ orma del Rohde e dello Zuntz.
In realtà, sembra sicuro che il ‘cerchio’ debba riferirsi al ‘cerchio delle rinascite’ che l’iniziato lasciò volando via.
A mio parere, il cerchio dolorosamente pesante che gira come la ruota del destino, da cui l’uomo esce dopo la morte per ottenere la sede beata nell’ Ade, è formulato in modo tale da richiamare l’epiteto barea con cui nella tavoletta ipponiese è designata la terra. Più difficile è ammettere, col Burkert, che la ‘corona’ sia una metafora agonistica, anziché una corona mistica.
Il nodo cruciale è costituito dalla frase ‘capretto caddi nel latte anche se è chiara la funzione della frase, vale a dire la garanzia dell’immortalità. Tuttavia è probabile, come pensa il Burkert, che si alluda a un sacrificio di iniziazione bacchica, analogo al sacrificio del porcellino di Eleusi.

Ammesse le differenze di composizione strutturale, e anche di stile, e considerate anche le formule di un linguaggio
stereotipo che confermano un modello greco, le due serie di laminette costituiscono una testimonianza non indifferente della religiosità e, vorremmo dire, della poesia misterica o sacra che, come dimostra la scoperta di Hipponion, può essere arricchita da altre accessioni.
Dal punto di vista stilistico, anche la serie thurina consente dei raffronti con Pindaro o con Eschilo, col linguaggio della grande poesia greca che poteva essere nota ai redattori delle laminette auree. La stessa indecifrabilità di alcuni versi
delle lamine di Thurii viene forse a costituire una caratteristica di questa poesia che deve conservare, nell’intenzione di chi la redige, un fondo di oscurità misterioso, ma attraente.

a cura di Cristina Tartaglino

Tratto da: Marcello Gigante,
Civiltà letteraria in Magna Gracia, in Megale Hellas, a cura di Giovanni
Pugliese Caratelli,1983, Scheiwille