Crea sito

Ex- Jugoslavia Serbi, croati e sloveni

Ex - Jugoslavia

Il 10 luglio 1917 fu firmato l'accordo di Corfù fra il Comitato jugoslavo, guidato da Frano Supilo (rappresentante del comitato composto prevalentemente da croati e sloveni) e il capo del governo serbo, Pasic, che poneva le basi per la nascita della Jugoslavia.
Il leader serbo rifiutò l'uso della parola "jugoslavo" all'interno della dichiarazione, perché altrimenti avrebbe pregiudicato l'individualità della Serbia.
Tuttavia, poichè la Serbia si trovava in un momento di grande difficoltà a causa della sconfitta militare e per la caduta dello zarismo - suo principale sostenitore - acconsentì ad alcune richieste del Comitato.
L'accordo stabilì che serbi, croati e sloveni si sarebbero riuniti sotto la dinastia serba dei Karadjordjevic in uno stato democratico e parlamentare, nel quale sarebbero state rispettate le peculiarità nazionali dei singoli popoli.
Si rimandava però alla fine della guerra la formazione di un'assemblea costituente e soprattutto la discussione sul futuro assetto statuale, centralista o federale.
Il Regno di serbi, croati e sloveni fu proclamato ufficialmente il 1 dicembre 1918; furono aggregati territori provenienti dall'Impero austriaco (Slovenia, Crozia, Bosnia), altri già sottoposti alla dominazione ottomana (Macedonia e parte dell'attuale Serbia) e i regni indipendenti della Serbia e del Montenegro.
Tuttavia il nuovo stato unitario nasceva già con un problema d'origine riassumibile in un dissidio fondamentale tra croati federalisti e propugnatori di uno stato slavo-meridionale che garantisse piena parità di diritti fra le sue vari stirpi e serbi centralizzatori che vedevano l'unificazione prevalentemente come ingrandimenti della stessa Serbia.
Infatti le richieste dei delegati del consiglio di Zagabria (assemblea degli slavi meridionali soggetti agli Asburgo) inviati a Belgrado per trattare l'unione con il reggente Alessandro I (che governava a nome di suo padre Pietro I) non furono accolte.
Quel nuovo paese si portò dentro quindi fin dal concepimento il germe dello scontento, i nazionalismi frustrati degli sloveni e dei croati, di tutti i bosniaci che non erano serbi, dei macedoni e di tutte quelle tribù slave passate dalla corona asburgica a quella di Pietro I .
Appena nata la Jugoslavia dovette subito affrontare il nodo centrale dell'assetto statutale.
Il dibattito su tale questione non riuscì ad essere sereno, perchè viziato da una serie di elementi sia esterni che interni al paese.
Innanzitutto, benché la guerra fosse ormai terminata, la situazione europea rimaneva ancora precaria, in particolare per ciò che riguardava la definizione dei confini.
L'aggressiva politica estera italiana nei confronti della Jugoslavia, vista da Roma come un ostacolo e un possibile antagonista per l'espansione nei Balcani, mise in forti difficoltà la giovane Jugoslavia. Inoltre ci vollero quasi due anni perché i trattati di pace (con Austria, Ungheria e Bulgaria) fossero firmati, rendendo così certi i confini del nuovo regno.
Nel frattempo, la difficile situazione economica interna generava forti tensioni sociali, con scioperi e manifestazioni duramente represse dal governo. Inoltre le influenze della rivoluzione ungherese e il timore che suscitava la forza del partito comunista (rivelatosi la terza forza politica del paese nelle elezioni del 1921) finirono per irrigidire le posizioni delle forze conservatrici che premevano per uno stato forte e centralizzato.
D'altra parte, la natura multinazionale della Jugoslavia rendeva complessa tale operazione, anche perché l'ipotesi centralista finiva con l'identificarsi con le sempre presenti tendenze di supremazia serbe che si scontravano con le istanze autonomistiche croato-slovene. In questo quadro il 28 giugno del 1921 venne approvata la nuova costituzione: essa era fondata su principi centralistici e non teneva in alcun conto le tradizioni e le aspirazioni dei diversi gruppi etnici associatisi ai serbi dopo il 1918. Passò infatti il progetto costituzionale presentato dal capo del governo Pasic, serbo: il regno dei Serbi, Croati, e degli Sloveni sarebbe stato una monarchia centralizzata, nella quale il governo non era responsabile solo verso il parlamento, ma anche verso il re. Lo stato, inoltre, secondo il modello francese, avrebbe dovuto essere diviso in 35 unità amministrative, composte ognuna da 800.000 abitanti circa, al fine di stemperare e superare le peculiarità storiche ed etniche delle antiche regioni, rafforzando in tal modo il potere centrale. A capo di queste unità, sarebbero stati posti funzionari nominati dal re, con ampie facoltà d'intervento nelle attività delle varie assemblee provinciali e comunali.
In Crozia e Slovenia la costituzione fu accolta con rabbia e considerata una vera calamità.
Il leader croato Radic abbandonò la costituente seguito dai deputati comunisti e dai rappresentanti del partito popolare sloveno.
Nel frattempo il partito comunista era stato messo fuorilegge e costretto alla clandestinità, mentre l'introduzione della leggi speciali per la difesa dello stato imprimeva una svolta autoritaria al paese.

Salvo preventiva autorizzazione scritta, è vietata la riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo, dei suddetti testi o materiale

Sostieni Storia Antica e Moderna